Madonne nere piemontesi: un antico culto
Premessa
La venerazione della “Madonna Nera”, secondo l’agiografia, nelle terre dell’Italia subalpina occidentale fu diffusa da Sant’Eusebio, che nel III secolo di ritorno dalla Terra Santa avrebbe portato con sé due sculture e un ritratto della Vergine eseguiti dall’ evangelista Luca. Sant’Eusebio avrebbe così lasciato una delle statue a Oropa e l’altra a Crea.
Il culto della Madonna Nera è diffuso in molte aree europee e alla sua origine ci sarebbe l’uso, da parte delle prime comunità cristiane, di statue di divinità egizie in ebano o dipinte, che venivano “riciclate” come immagini della Madonna.
Eusebio e le Madonne nere delle Alpi
Accade di imbattersi visitando i santuari mariani alpini in una particolare effigie della Beatissima Vergine contraddistinta da un anomalo colore: il nero. Una singolarità che trova radici lontane le cui peculiarità sono a tutt’oggi oggetto di dibattimento tra gli studiosi.
Nel mondo cristiano si trovano circa quattrocentocinquanta immagini della Madonna Nera, senza calcolare quelle africane; vengono generalmente dette “nere” anche se il loro colore può essere semplicemente bruno, o grigio scuro. Studi scientifici sull’argomento sono infrequenti e in genere vengono limitate con una giustificazione un po’ troppo riduttiva, ma assai frequente, “Vergini con caratteristiche orientali”. In taluni casi sono state segnate come effigi che all’inizio erano biancastre e che divennero scure in seguito al nero fumo delle candele; molti ricercatori, invece, sono unanimi nell’indicare una connessione tra le “Madonne Nere” e le divinità pagane femminili, di cui frequentemente hanno raccolto diversi peculiarità sul piano iconografico che dimostrerebbero queste unioni misteriose fra effigi pagane poi –forse- cristianizzate. Paradigmatico è il riutilizzo, nell’Egitto cristiano ora copto, di statue di Iside con Horus, cristianizzate con l’immissione del simbolo della Croce.
Nelle Alpi secondo la tradizione si addita Sant’Eusebio come il patrocinatore del culto della Madonna Nera, notizia questa che affonda le sue radici nella leggenda. Eusebio, nella prima metà del IV secolo, arrivò in Italia, dapprima passando per la Sardegna e poi in Roma; nell’Urbe fu deputato a leggere le Sacre Scritture nel corso delle funzioni pubbliche. Il santo fu consacrato vescovo intorno al 350, stando alla “Vita Antiqua” -una sua biografia elaborata tra l’VIII e il IX secolo, non sprovvista di insinuazioni apocrife. Fece il suo ingresso a Vercelli quale Vescovo, in una città stimata “splendida” dalle cronache, ma devastata dall’eresia ariana; similmente a quanto troverà Sant’Ambrogio in Milano qualche anno più tardi.
Tra le “fonti certe” su Sant’Eusebio vanno richiamate alla mente le tre lettere scritte dal vescovo, il cui argomento è valutato rilevante per la ricostruzione della sua biografia. In particolare una lettera spedita a Costanzo II in risposta a quella dell’imperatore, in cui di fatto era inserito l’ordine di presenziare al Concilio di Milano; la seconda missiva fu inviata a Gregorio di Elvia, vescovo della Spagna Betica mentre la terza composta durante l’esilio a Scitopoli. Per apprendere le motivazioni dell’esilio si deve tornare indietro all’ordinazione di Dionisio -voluta da Eusebio quale vescovo di Milano- in sostituzione dell’ariano Massenzio. L’opzione, però, non fu accettata dall’imperatore che, molto prossimo alle idee eretiche ariane, dispose un concilio a Milano per trattare le scelte eusebiane. Un Concilio venuto alla luce già impuro, ed Eusebio se ne rese subito conto, che più volte negò la sua partecipazione. Alla fine però fu obbligato a prenderne parte. Quando Sant’Eusebio venne a Milano trovò che l’Arianesimo aveva ormai trascinato via gli animi di quasi tutti gli aderenti. Eusebio comunque rigetto la sottoscrizione di professione di fede ariana, invitò i vescovi intervenuti a elaborarne un’ulteriore in linea con le idee cattoliche. La memoria narra che il foglio con la professione si infiammò portentosamente creando un certo sbigottimento tra i presenti. Malgrado ciò Eusebio, con il papa Liberio e i Vescovi Dionisio e Lucifero vengono esiliati. L’Arianesimo vinse così una battaglia sul cattolicesimo nell’Italia di quegli anni. Il vescovo vercellese fu prima spedito a Scitopoli, poi in Cappadocia e quindi in Egitto (360-361). Eusebio fu poi prosciolto con Lucifero grazie all’Editto di Giuliano l’Apostata (361-363), successore di Costanzo II (361), i due insieme, giunsero ad Alessandria e poi a Vercelli.
Ed è a questo punto che nella “tradizione storica” si innesta una tarsia apocrifa, che vedrebbe il vescovo sardo vittima di una riondata dell’Arianesimo durante l’impero di Valente. In realtà le cose si mossero differentemente. Eusebio, dopo il rientro in Piemonte, fronteggiò una prolungata serie di viaggi in Oriente per più volte. Sant’Eusebio ormai anziano morì il primo agosto 371, segnato nel corpo e nello spirito dalle abbondanti afflizioni cagionate dai propugnatori di un’eresia che determinò discordie destinate a non scovare mai un totale riavvicinamento.